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Un grande amore non si scorda mai. Ciao Marco.

By LPellerano   /     Feb 14, 2019  /     Senza categoria  /  

Giro d’Italia, 1997. Questa foto me l’hanno spedita quando – uno o due anni dopo – mi sono iscritto al Club Magico Pantani di Cesenatico.

Di Marco Pantani siamo stati innamorati in tanti, ognuno a modo proprio. A me vengono in mente i Giri guardati tappa per tappa, sul tappeto, dal primo minuto all’ultimo (compreso il processo alla tappa).

Anche le tappe di pianura da velocisti. Con la maestria dei grandi commentatori, capaci di intrattenere per ore a fronte di quasi niente di cronaca. Gli aneddoti storico sportivi sulle città attraversate, le interviste ai direttori sportivi dalle ammiraglie, i pronostici sulle tappe successive. E le pubblicità: Pino Silvestre, Badedas Noir, EstaThe (mai investimento pubblicitario ha avuto effetti più indelebili per la mia psiche).

Interi pomeriggi aspettando Marco, aspettando le salite.

Alle prime rampe cominciava il forcing della Carrera prima, della MercatoneUno poi, ed il gruppo rapidamente di assottigliava. I gregari davano tutto e uno alla volta scartavano e si sedevano, stremati.

E a un certo punto – magico, atteso e allo stesso tempo inaspettato – entrava in scena lui. L’eleganza assoluta nell’aggredire le salite, incredibilmente efficace. Implacabile con gli avversari, spietato con se stesso. E non potevi più stare sdraiato sul tappeto, saltavi davanti alla televisione, mezza Italia incitava Marco da casa come se fosse sulle strade del Giro.

Pantani voleva e sapeva esagerare in un mondo dopato come quello del ciclismo dei suoi anni e di quelli successivi alla sua fine (il ciclismo di oggi non lo seguo più).  

Anche se ho letto pagine allucinanti sull’effetto dell’EPO a chi era innamorato non può non restare il dubbio che – a parità di mezzi – saresti comunque stato più di una spanna sopra gli altri.

E poi l’amore, soprattutto a 14 / 15 anni, è una cosa di pancia, mica di testa. Un grande amore non si scorda mai ed in amore si è capaci di perdonare gli errori.

Errori Marco ne ha commessi di certo, come tanti sportivi in quegli anni anche lui ha tradito la genuina passione di tanti. E si è dimostrato una persona fragile.

E questo cosa importa? Una ragione in più per voler bene ad un grande campione.

Nel mio piccolo sono orgoglioso di non averti abbandonato nella sconfitta, di aver atteso il tuo ritorno, di aver sperato che la magia si ripetesse. Dietro un tornante avresti gettato la bandana, avresti trovato la forza di scattare sui pedali, di dare una rasoiata al gruppetto di testa, di partire leggermente da dietro e piantarli a velocità doppia, senza manco girarti a guardare la reazione. Speravo nel riscatto, nella redenzione, nel finale a lieto fine.

E invece tante volte sei stato tu a staccarti, e noi ci siamo staccati con te, ci siamo lasciati sfilare dal gruppo. Io le ho ancora negli occhi le immagini dei tuoi compagni che si fermano sui pedali, si voltano e ti guardano, tu scarico e sulle gambe. Come a dire “Dai Marco che ce la fai”. Che se avessero potuto ti avrebbero portato in cima loro. E noi con loro.

Infierire su chi è in difficoltà, abbandonare il campione in crisi come fosse una cartaccia gettata lungo la strada è da infami, indicare un singolo come capro espiatorio di un mondo corrotto è troppo semplice.

Sarebbe un esercizio doloroso, ma giusto, andare a riascoltare le cronache di quei Giri d’Italia dopo Madonna di Campiglio. Quanta pressione.

Qualche giornalista si è fatto grande riempendosi la bocca di Pantani nei momenti di difficoltà, contribuendo a metterlo in un angolo. Per poi tornare a celebrarlo da morto. Grande classico, altro che Grandi Classiche.

Nel frattempo qualche ingranaggio si era rotto.

Mi è capitato di leggere del tuo dramma, della droga. Di una persona sola e annichilita, di incontri sbagliati. Di come la magia si sia trasformata in illusione, in stregoneria, e poi in un baratro. Un baratro di continue cadute, come nella tua carriera di ciclista.

Su tutte la storia di Marco che parte per un viaggio a Cuba e ad un certo punto si vende la bicicletta da allenamento per comprare droga.  

E la fine – il giorno di San Valentino – non poteva essere più triste.

Quel giorno, rientrato tardi a casa, mi sono affacciato in camera dei miei genitori, già a letto. E mia mamma mi dice “E’ morto Pantani”.

Un grande senso di vuoto, come quando se ne va una persona significativa.

E può far sorridere, ma tu Marco, allora per me lo eri. Nel bene e nel male.

Mi hai fatto emozionare, mi hai insegnato l’amore per uno sport che è tanto cuore. La mia bici l’ho comprata nel 1997.

E 15/20 anni non cancellano le emozioni.

Marco, non ti dimentichiamo.

Con tanto amaro in bocca, con ancora un senso di vuoto per quello che poteva essere.

Ed una certezza, non doveva finire così.